Caricando...

chi siamo

Gli antenati del dr. Claudio Nuzzo e l’affresco storico in cui essi vissero fino ad oggi.

 

Sulla provenienza geografica della famiglia dei Nuzzo di Acerra si possono solo fare delle ipotesi basate sulla distribuzione geografica del cognome, ma una vera ricerca araldica non crediamo sia stata mai veramente fatta.

Certo è che, come nella zona che è al confine tra le province di Caserta, Benevento e Napoli (Acerra, Santa Maria a Vico, S. Felice a Cancello), nuclei di Nuzzo esistono anche in Puglia, presso Bari e Lecce, in Sicilia, presso Noto e Palermo, in Abruzzo e nelle Marche.

In relazione a questa distribuzione, a chi scrive piace comunque pensare che la famiglia possa avere avuto origine da antiche migrazioni verso il Sud dello stivale a partire da paesi del bacino orientale del Mediterraneo (Grecia. India).

Anche sull’origine del cognome sono state fatte solo vaghe ipotesi.

Qualcuno della famiglia (forse scherzando) aveva una volta ipotizzato che il cognome potesse avere avuto origine dalla parola latina nuptius, nozze, ritenendo così che i nostri antenati fossero dei sensali di matrimonio.

Ma per chi scrive è più suggestivo pensare che il cognome possa aver a che fare in qualche modo con la parola greca Nous, l’Intelletto divino, patrimonio della tradizione neo-platonica, ed orfico-gnostica.

Una voce genealogica più pragmatica e molto più pedestre vuole però purtroppo che il cognome derivi semplicemente dal dialettale del nome medioevale Nuccio, a sua volta aferesi di altri nomi propri abbreviati.

Ciò che è certo è la parte della famiglia Nuzzo di Acerra, da cui discendiamo, fu rappresentata nel più recente passato prevalentemente da proprietari terrieri.

Pare che comunque ad Acerra i Nuzzo di dividessero in “salati” e “salatielli” e “senzasale”, al quale ultimo gruppo apparterrebbe il nostro ramo familiare.

 

In ogni caso fu forse intorno alla metà dell'800 che deve essere nata in famiglia la vocazione alla medicina.

Ciò accadde con Vincenzo, che unì alla passione per i sofferenti anche la passione politica liberale, partecipando ai moti anti-borbonici , il che gli valse il carcere. Sulla lapide apposta sulla sua tomba questo è ricordato con un'epigrafe in cui compare l'espressione “...patì il carcere borbonico”.

Da Vincenzo  in poi la tradizione dell'esercizio della medicina non si sarebbe più interrotta, continuando in, poi in Vincenzo, poi nel figlio di questi, Giovanbattista, e infine nel suo nipote  Vincenzo, cioè chi scrive. Insieme a lui altri due Vincenzo, appartenenti allo stesso ceppo familiare, hanno raccolto la tradizione familiare dell’esercizio della medicina, l’uno, il più vecchio, medico generale in Acerra, e l’altro, il più giovane, endocrinologo in Napoli.

Del nonno del Vincenzo che scrive, Vincenzo, e del suo padre stesso, ad Acerra, quando chi scrive era bambino, si narravano ancora gli atti di generosità compiuti verso chi non aveva i mezzi per pagarsi le cure mediche.

Ma, mentre tutto ciò accadeva, l'orologio della storia batteva sul quadrante del nostro paese ore gravissime e sanguinose, con il compimento delle lotte risorgimentali, il tracollo del Regno delle Due Sicilie, le guerre d’Africa, l'immane catastrofe della Prima Guerra Mondiale, alla quale nostro nonno Vincenzo partecipò come ufficiale medico, ed infine della Seconda Guerra Mondiale, nel corso della quale, pur non partecipando agli eventi bellici, egli morì a causa di un'emorragia cerebrale presso l'Ospedale militare di Caserta.

Pare che una delle principali cause del suo decesso siano state le insufficienti cure prestategli a causa della visita in corso da parte del Re, Vittorio Emanuele II.

Vincenzo era stato educato in modo molto severo dal padre, al quale pare egli usasse  rivolgersi usando deferentemente il “voi”, secondo quanto nell'epoca era comune. Pare quindi che, quando finalmente egli ebbe assolto e brillantemente agli obblighi liceali, dopo la frequenza del ginnasio e del liceo Giordano Bruno di Maddaloni da interno del locale Convitto, il padre commentasse il suo successo con un laconico e severissimo: “Avete fatto la metà del vostro dovere!”.

Nella sua pratica medica, dedicata in parte ad una pediatria che compiva i suoi primi passi, Vincenzo percorse in lungo ed il largo le province di Napoli e Caserta, in genere in bicicletta.

La passione politica della famiglia, sempre vissuta idealisticamente insieme alla pratica medica, non venne meno neanche  in lui, essendo egli un fervente socialista e di conseguenza anti-fascista.

Un'altra sua passione fu la musica, coltivata , anche se da dilettante, attraverso il canto di romanze  con le quali, a notte inoltrata, pare egli solesse accompagnare il suono del pianoforte.

Per la sua precoce morte, a circa cinquantacinque anni, suo figlio Giovambattista restò così senza padre all'età di diciotto anni e con una guerra ancora in corso. Sarebbe dovuto partire per la campagna di Russia, ma si riuscì a farlo restare a casa, ricadendo su di lui la grave responsabilità, dopo la morte del padre, di sostentare la famiglia composta dalla madre e due fratelli più piccoli.

Dopo l'invasione dell'Italia da parte degli anglo-americani, la ritirata tedesca da un lato, i bombardamenti di Napoli, nonché gli atti di resistenza compiuti ad Acerra contro le truppe  germaniche in ritirata, risultò gravemente  minacciata la sicurezza di chi abitava in questa cittadina, per cui l'intera famiglia sfollò nel paesino beneventano di San Lorenzello.

Ma la guerra giunse anche lì, e Giovambattista ed i suoi fratelli dovettero assistere al continuo passaggio delle truppe anglo-americane e franco-marocchine che andavano all'assalto delle più vicine linee tedesche, ovvero la linea Barbara, che tagliava la Casilina ed il Volturno subito a nord di Capua e Castelvolturno, e la linea Gustav che tagliava in due l’Italia sotto Roma, da Minturno all’Adriatico, passando per Cassino e Castel di Sangro.

Nostro padre raccontava che i soldati americani marciavano quasi sempre ubriachi. E tra questi ricordi Giovanbattista amava anche  raccontare degli ufficiali zuavi francesi che esortavano alla marcia i soldati  con un “Allez zapetiers!”,  e dei soldati marocchini che la sera cantavano intorno ai fuochi degli accampamenti un canto berbero, un cui verso  lui e suo fratello Elio avevano malamente tradotto in napoletano con un fantasioso “ 'A figlia 'e tirepellera”.

Ricordi nostalgici di tempi drammatici e rischiosi ma in qualche modo affascinanti.

Nonostante tutto ciò, Giovambattista ed Elio continuarono a studiare medicina a Napoli, che raggiungevano in bicicletta,e pertaltro tra molti pericoli, come i letti minati dei fiumi e dei lagni ( su cui per sicurezza pare si usasse far passare prima un asino), i mitragliamenti a bassa quota degli aerei tedeschi e  le strade rese insicure da camion americani pieni di munizioni lanciati a folle velocità. Da un lato e l’altro delle precarie strade per le quali essi si avventuravano in bicicletta, la morte proclamava il suo terribile imperio con i cadaveri di soldati abbandonati qua e là nei fossi accanto alle strade ed il loro insopportabile fetore.

Intanto, a causa della sollevazione di alcuni contadini acerrani contro i tedeschi in ritirata, vi erano state in città rappresaglie germaniche, ed una di queste aveva colpito l'antica casa di famiglia di Vico Frassio. Ciò a causa, pare, dei sospetti sollevati dalla collezioni di armi africane del nonno Vincenzo sistemate nella stanzetta attigua al salotto.

Pare che la casa venne bruciata e che i soldati facessero libagioni con le riserve di liquori che vi erano conservati.

Quando la famiglia alla fine della guerra finalmente potè tornare a casa, trovò erba e spighe di grano spuntate dal pavimento dissestato dalle fiamme.

 

Da allora la vita in quella casa ricominciò e Giovanbattista conobbe la donna della sua vita, Concettina, anche lei figlia di medico, ed appartenente ad un’antica stirpe irpina, i Palmieri imparentati con i Tecce, entrambi di Castelfranci. In entrambe queste stirpi  l'esercizio della medicina e della farmacia aveva lasciato il suo tangibile segno per generazioni.

E così il destino e la vocazione della famiglia Nuzzo trovarono così un'altra conferma.

Per un po’ di tempo la stanzetta sistemata in cima alle scale, la prima degli ambienti dell’ala sinistra della casa di vicolo Frassio, e che era stata già lo studiolo di Vincenzo, fu il luogo in cui anche Giovanbattista iniziò la sua pratica medica.

Chi scrive ricorda ancora con struggente e devota nostalgia quest’antica casa (purtroppo poi venduta), al secondo piano di un edificio che pare risalga al Settecento, e che ad uno dei suoi angoli, dal lato del vicolo Frassio, era ornata da una stretta e slanciata torretta in cui si aprivano lunghe feritoie. L’abbiamo ricordata con commossa riconoscenza nel nostro racconto “Addio mia bella Napoli, mai più ti rivedrò”.

Di questa casa, che fu l’ultima culla tradizionale della famiglia, ricordiamo cose antiche che il tempo ha distrutto in poco tempo.

La soffitta a livello in cui con nostro fratello Sandro giocavamo ai soldatini.

Essa era provvista di un pollaio  e profondi canali di scolo per la pioggia nei bassi muri di recinzione, in cui si aggiravano furtivi i gatti del vicinato, ed in cui si trovavano oggetti mitici come le grandi e profumate madie del pane e la cassetta d’ordinanza da capitano medico del nonno.

Le tenebrose soffitte del sottotetto ed il vicino terrazzino dal quale nel sole tiepido d’inverno si poteva contemplare la distesa di tetti della città aspirando l’aria satura del fumo dei camini.

Il grande terrazzo davanti alla cucina dove si distendeva la lana dei materassi su grandi lenzuola e dove a Maggio, di primo mattino, ci si lavava la faccia con l’acqua profumata di rosa da catini di ferro smaltato di bianco.

La cucina, con i suoi grandi calderoni neri (in cui veniva fatto il bucato con cenere e limone,  rendendo così le lenzuola profumatissime), dove nelle sere di inverno ci si riuniva intorno al braciere sormontato da un’armatura cupoliforme di compensato con sulle gambe una grigia e consuntissima coperta (pare fosse stata militare), per ascoltare dalla nonna antichi racconti di basiliana memoria ‒ tra questi il racconto fiabesco e burlesco di Miezuculillo. E mentre si ascoltavano i racconti le bucce di mandarino gettate nella brace effondevano indimenticabili profumi.

La dispensa impregnata di odori, con i grandi fusti di ferro pieni d’olio e salami e soppressate appesi alle travi.

Ed il salotto ombroso, con i mobili laccati di avorio ed oro e l’altissima fotografia del nonno Vincenzo in divisa da Capitano medico, sotto la quale riposava la sua sciabola ed i suoi fioretti.

 

È stato proprio il grato ricordo per questa ultimissima fetta di un passato, rimasto immobile per millenni, che il destino ci ha dato di vivere prima della sua totale distruzione tra la seconda metà degli anni Sessanta e gli anni Settanta.

Ed è proprio questo che ci induce a chiederci cosa fosse intanto veramente accaduto nel mondo.

Cos’era veramente stato della nostra famiglia, di Acerra, del Sud d’Italia, dell’intero paese, dell’Europa e del mondo intero?. La cosa, per quanto possa sembrare curioso, riguarda direttamente il tema della vocazione della famiglia per la medicina e per i sofferenti, con tutto il carico di idee, sentimenti e fantasie che esso comporta.

La fine della Seconda Guerra Mondiale segnò il momento conclusivo di un lungo percorso che, per quanto riguarda il tema di questo scritto, iniziò tra la fine del ‘700 e l’inizio dell’800. Ma, come vedremo alla fine, il vero inizio è in realtà di molto anteriore.

Fu proprio allora, nel dopoguerra, in quegli anni poveri e pieni di nuove speranze, che l'orologio della storia, come lo chiamò Mussolini nel fatale discorso di Palazzo Venezia, quando le sorti dell'Italia furono consegnate nelle mani dello spirito della guerra, iniziò a battere colpi fatali e decisivi, per la casa dei Nuzzo, e per tutto ciò che la circondava.

Tra la generazione del primo medico della famiglia Vincenzo, e quella del suo lontano discendente, sempre medico e sempre Vincenzo, fratello del farmacista Claudio, era accaduto qualcosa di decisivo.

L’Antico aveva cominciato ad arretrare irrimediabilmente ed il Moderno aveva cominciato ad avanzare inesorabilmente. Prima a passi lentissimi, quasi impercettibili, poi a passi sempre più rapidi e più lunghi, sempre più evidentemente e sensibilmente, sempre più drammaticamente, finchè i passi divennero da gigante.  

Così che nel giro di pochi anni il muro antichissimo del tempo finalmente si sbriciolò. E con esso si sbriciolò per sempre anche il muro della Tradizione.

Con lo stesso stupito orrore, facendo precedere il racconto di diversi decenni, ed in epoche diverse, hanno raccontato questa tremenda fine del mondo antico sotto i colpi della modernità, scrittori come Alexander Lernet-Holenia, in Racconto in rosso, Stefan Zweig in Die Welt von Gestern (Il mondo di ieri),  Joseph Roth, in  La marcia di Radetzsky, e più recentemente Selma Lagerlöf in Jerusalem.

Il mondo che stava per scomparire in quegli anni era ancora il mondo di sempre, un mondo del tutto arcaico, con i contadini al lavoro nei campi, e le grandi magioni padronali che si ergevano severe  tra immense e piatte distese color verde, giallo, nero e tabacco, con i loro discreti ed appena malinconici colori salmone,  ocra, antracite e cocomero.  

Fino ad allora nella nostra terra ancora austeri portoni di grigia pietra lavica precedevano maestosi ed eleganti viali di cipressi che conducevano ad esse. Fino ad allora ancora il sole estivo si fermava sulle chiome di platani e querce che formavano sulle strade bianche fresche gallerie d'ombra. Fino ad allora ancora le terrazze, i balconi e le altane del paese, affacciate su un piccolo mare di tetti color ocra e ruggine erano immersi nelle fresche mattine di maggio nell'odore dei limoneti. Fino ad allora ancora le acque di ruscelletti e canali cantavano tra i campi grassi ed integri, dove ortaggi, frutta, vino, tabacco e grano crescevano in abbondanza. Fino ad allora ancora le noci venivano distese sulle aie, e la lana dei materassi cardata sulle terrazze, e il bucato, proveniente da enormi tini di rame riempiti di cenere e limone, profumava in modo indimenticabile. Fino ad allora ancora le gelide sere d’inverno ci si sedeva intorno al braciere con una grossa e ruvida coperta sulle ginocchia, ascoltando i racconti della nonna e gettando di tanto in tanto nella cenere scorze di mandarino per goderne il profumo. Fino ad allora ancora a Natale gli zampognari salivano in casa per suonare davanti all’enorme presepe. Fino ad allora ancora il mare delle immense spiagge a nord di Napoli riposava tranquillo e grigio  d’inverno, e si risvegliava cristallino e smagliante di luce d’estate con la profumata ed immacolata macchia alle spalle delle dune sabbiose.

Era ancora un mondo pieno di bellezza, di grazia e di mistero.

Ma era questo un mondo felice.

Ci sono molti modi per rispondere a questa domanda, ed alcuni di questi modi hanno dominato gli ultimi tre secoli rendendo un'ovvietà il giudizio negativo su di questo mondo. Eppure esiste ancora un altro modo per rispondere, che di esso legge la bellezza e l'armonia, nonostante l'ingiustizia e la diseguaglianza che per certi versi senz'altro vi dominavano.

Questo mondo era bello e nobile e lodevole perchè in esso, per millenni, si conservò l'immagine tangibile di una più alta armonia e gioia restata sempre del tutto al di fuori della storia, e di cui ancora si riuscivano a vedere i tratti guardando non verso il passato ma verso il futuro, non più fuori della storia ma oltre la storia stessa. Quest’armonia ultra-storica era quella della Perfezione dalla quale il mondo sentiva di provenire e verso la quale esso sentiva di andare. Nonostante gli esiti dell’Umanesimo rinascimentale e tutto ciò che era venuto dopo, questo era ancora il mondo nel quale sopravviveva il remoto innamoramento per la bellezza della morte che fu proprio del Medioevo (Huizinga), e la fede ingenua in un mondo più bello che ne derivava.

E di questa fede serena, pacifica e rassegnata si viveva. Proprio di questa pace sapevano le sterminate notti d'inverno quando sui campi gelati rimbombava un altissimo silenzio, nel quale si potevano dormire sonni profondi, ancora visitati da voci e presenze di luce. Proprio di questa pace sapevano i volti scavati dei contadini, le loro bocche senza denti, i corpi precocemente disfatti delle loro donne, ed il cattivo odore, ma in fondo ancora un odore di buono, che perennemente emanava dai loro corpi e dai loro abiti.

Il liberalismo romantico e rivoluzionario dal quale furono peraltro irrimediabilmente contagiati tutti i medici della famiglia fu proprio il frutto di una determinata risposta alla domanda appena posta. Tal risposta era stata data già almeno tre secoli orsono ed aveva iniziato a prevalere nel mondo.

Ed essa era stata talmente impositiva da risultare obbligatoriamente e vincolantemente ovvia.

Secondo tal risposta il mondo del passato era da condannare senza riserve, ed il mondo del futuro era invece da lodare e desiderare!. Questa fu a risposta, e di questa risposta si erano perdutamente innamorati, come tanti altri uomini del tempo, anche i medici della nostra famiglia.

Bisognava dunque amare, portare soccorso, per sollevare i diseredati dal pesante fardello di ingiustizie di un opprimente quanto immenso passato. E più tardi, quando fu giunto il tempo, bisognava radere al suolo il vecchio ed edificare finalmente in nuovo.

Proprio come medici, essi parteciparono insomma in pieno alla furia insieme filantropica e rigenerativa che ormai consumava il mondo.

Insomma, chi rifiutava ormai il mondo così com'è, non sperava più affatto nella sua rigenerazione ultra-storica, confermandolo intanto nell'armonia, ma lottava invece per la rivoluzione che voleva rigenerarlo hic et nunc. Qui furono per intero le speranze congiunte di borghesi e proletari, uniti contro il mondo ammuffito dell’antica aristocrazia dominante. Questo fu lo spirito carbonaro del primo Vincenzo, questo fu lo spirito di carità con cui lavorò suo figlio, e di questo stesso stampo fu l'anti-fascismo di Vincenzo e quello di Giovanbattista.

 

Ma ciononostante gli sforzi rivoluzionari,  per molto tempo, a parte effimere vittorie, non se ne videro ancora i frutti. E tuttavia,  nonostante per molto tempo prevalesse apparentemente la repressione reazionaria e la censura di un mondo che ancora aveva la forza di restare qual’era, intanto lo spirito della rivolta faceva sotterraneamente il suo inesorabile corso. E così il mondo che era la madre di tutti, ma ancor più era la madre di uomini come i nostri antenati, madre di linfe vitali e di sogni, da ogni parte minato da questo tarlo, invisibilmente si dissolveva.

Crepe iniziavano ad apparire qua e là nelle antiche magioni, ed esse stesse decadevano e venivano abbandonate, figli abbandonavano casa e terre per andarsene in città e vecchi, e tradizioni morivano per sempre. Intanto un sinistro lampo di sfida e di rivolta iniziava ad apparire negli occhi dei contadini una volta abnegati e sottomessi. E sempre meno veniva prodotto dalla terra e portato dai contadini nelle case dei padroni.

Poi, dopo la guerra, venne infine la riforma, la grande riforma agraria sognata da generazioni di rivoluzionari. E questa fu la fine di tutto. Il mondo che già con la fine dell’antico regno aveva cominciato a sbiadire, privato di una civiltà ed di una nobiltà diffusa che ancora prosperavano nei luoghi più provinciali e  remoti del Sud d’Italia, e di cui erano rimaste a guardia solo le famiglie borghesi di piccoli proprietari terrieri (proprio come i Nuzzo ad Acerra), ora sprofondava definitivamente nel nulla.

Per lo spazio di forse due decenni rimasero in piedi le mere vestigia di antico che agli occhi ed al cuore di uno degli ultimi dei Vincenzo (ovvero chi scrive) ebbero ancora il gusto ed il profumo di qualcosa che sembrava indistruttibile, emanandone ancora la pace discreta : le vecchie pietre delle strade e dei palazzi di Acerra, le  stanze ombrose delle signorine Topo, il profumo delle stoffe del merciaio don Enrico Formato, i bottoni colorati del negozio delle ziette, le bellissime ortensie di casa Dalise, il gusto del casatiello della zia Enrichetta, le panchine di granito sotto l’ombra dei tigli intorno alla stazione.

Tutto ci fu ancora, per un po', per lo spazio di un’infanzia che fu brevissima. E tutto lasciò a questa infanzia credere che il mondo di domani sarebbe stato ancora identico al mondo antico. Così com’era sempre stato nei secoli dei secoli.

 

Ma non era più così. Appena furono scoccati gli anni settanta tutto fu rapidissimamente divorato dall’avanzare furioso della modernità.

E di colpo il mondo antico svanì!
Ed allora il mondo cambiò faccia per sempre, ed il brutto divenne inesorabilmente sempre più brutto.

Il sole divenne più forte sui campi allucinati e cosparsi di fabbriche lunari, dove uno degli ultimi Vincenzo girava in bicicletta alla ricerca di qualcosa cui non sapeva dare un nome. La ricchezza dei campi inaridiva insieme alla nobiltà ed il benessere delle antiche famiglie. Le magioni crollavano abbandonate.

Il mondo diveniva ormai dappertutto quella degradata e sconsacrata waste land intuita da Eliot all’inizio del secolo.

E sempre nuove case, nuove case. E sempre meno alberi. E folle sempre maggiori. E sempre più alla ribalta persone una volta insignificanti.

Intanto un intero mondo si sfaldava e deperiva, generando fiumi in piena che si dirigevano pieni di detriti di passato verso le città.

E così l’espressione provincia divenne per sempre sinonimo di infamia.

Fu per questo che uno degli ultimi dei Vincenzo, uno dei  medici discendenti della famiglia, nella sua adolescenza si fece fascista. Apparentemente perché, alla ricerca di una grandezza perduta, egli voleva opporsi al socialismo tiepido del padre, ma in realtà soprattutto perché divorato dalla nostalgia per il mondo così di colpo svanito sotto i suoi occhi.

Ma tutto ciò in fondo perchè alla domanda del tempo lui aveva dato una risposta diversa. Perché lui sentiva nella sua carne, e con immenso dolore, che un immenso passato stava scomparendo e non sapeva né voleva rassegnarsi a che questo accadesse.

E di questo diede la colpa a Giovanbattista, suo padre, e padre del farmacista Claudio. Sebbene naturalmente il pover’uomo di questo non fosse personalmente affatto colpevole.

Egli aveva scelto insomma di dare alla fatidica domanda una risposta diversa da quella data dai suoi antenati, una risposta che poi, del tutto non a caso, verso la fine della sua carriera lo avrebbe spinto lontano dalla medicina e verso la filosofia metafisica e mistica e verso la coltivazione intellettuale del mito di un Utopia politico-metafisica, quella del rinnovamento dell’Impero (Vincenzo Nuzzo, Elogio della monarchia imperiale, Controcorrente Napoli 2010)

Diversa, ma in fondo non tanto, fu la risposta data da suo fratello Claudio, il farmacista.

Innanzitutto egli trasfuse nella tradizione della famiglia Nuzzo un’esperienza professionale che ad essa non era mai stata propria (lo era stato invece dell’altro ramo familiare che si fuse nel nostro sangue, cioè quello dei Palmieri-Tecce).  

Ma comunque, nato ben undici anni dopo Vincenzo, egli non visse né l’ultima coda del Passato né il suo rovinoso crollo, e pertanto la sua risposta alla domanda non potè che essere quella del rinnovamento della tradizione familiare entro il pieno vissuto del Presente.

E così i tre fratelli avrebbero finito per seguire tre strade tra loro molto diverse ma nello stesso tempo anche simili: Vincenzo, la strada intransigente ed austera della Nostalglia, Sandro, la strada di un appassionato eroismo verso cui lo chiamava incessantemente una passione bruciante per il Futuro (e che poi l’avrebbe condotto ad una morte precoce), e  Claudio, una strada intermedia tra le prime due.

 

Tuttavia, prima ancora che si giungesse a questo, la degenerazione continuò intanto inarrestabile.

E così dopo i caseggiati, spuntanti ovunque come funghi nella campagna, vennero infine le grandi strade, i viadotti, gli anelli di cemento, i fanali gialli che ferivano la notte. E tutto intorno immondizia ed immondizia.

Fu proprio intorno a quegli anni che la famiglia lasciò per sempre Acerra ed emigrò a Napoli.

Claudio era nato pochi anni prima, nel '66, ultimo di tre figli, e dunque con due fratelli già grandi, Sandro e Vincenzo.

Fino al '70 la loro infanzia aveva potuto trovare ancora nutrimento nella natura intorno alla nuova casa in cui si erano trasferiti ancora ad Acerra  (dopo aver lasciato l'antica casa di Vico Frassio),  natura che ancora, sebbene non più integra, ma neanche ancora del tutto morta, avvolgeva pur sempre le estreme propaggini della cittadina.

Quella casa (ancora tanto spesso sognata) guardava verso sud la mole violacea e rugosa del Monte Somma, e verso ovest la sottile striscia triangolare della collina del Vomero, sul cui apice si indovinavano le forme spigolose del Catel S.Elmo.

Tra questi luoghi e gli ampi balconi della casa, si stendeva la grande pianura, un tempo luogo felice di orti e vigne, ma sulla quale aveva intanto iniziato ad affacciarsi atrocemente il nuovo.

Tuttavia intorno a casa c'erano ancora campi quasi sconfinati, e tra questi essi poterono ancora giocare e scorazzare.

Poi venne la vita in città e tutto per sempre cambiò.

Ed insieme, ormai inavvertito, cambiò per sempre anche il paese, Acerra, e la pianura che lo circondava.

Esso cambiò inesorabilmente, mese dopo mese, anno dopo anno, mentre intanto loro non erano più lì.

Nuove case nascevano dappertutto inarrestabilmente ed i campi ne venivano ingoiati. Insieme alle case estese aree industriali radevano qua e là le colture portandovi  il deserto, e su di esse e tra di esse si insinuavano e si infiltravano i tracciati di grandi strade insieme a ponti e viadotti.

Quando alla fine degli anni Ottanta la grande onda di marea rifluì finalmente dalla sua furia distruttiva, nulla era più lo stesso. Napoli, la pianura che la circondava, e la linea costiera che, come due leggiadre ali si estendeva a partire da essa, non erano più le stesse.

Il Nuovo era ormai definitivamente arrivato.

La famiglia di Giovanbattista Nuzzo viveva dunque ormai lontano dalle sue radici e dall'alveo che aveva visto scorrere per generazioni i sangue della stirpe.

Vincenzo si sarebbe dedicato all'esercizio della pediatria e dell'omeopatia, accompagnate, dopo studi effettuati in Germania, dall'esercizio della psicoterapia infantile.

Claudio, influenzato dalle suggestioni delle antiche vene del ramo materno della famiglia, si appassionò alla Farmacia per stabilirsi infine professionalmente nella città di Bacoli.

Sandro, per un tragico incidente subaqueo, proprio nell'anno in cui la famiglia abbandonò Acerra, aveva cessato di vivere all'età di diciassette anni e mezzo.

 

Ed eccoci dunque al presente

Che ne era stato dunque del liberalismo romantico dei primi medici della famiglia Nuzzo?. Che ne era stato dei sogni cui essi parteciparono?. Il mondo era divenuto diverso proprio a causa di questi sogni, e ciò che ai protagonisti del cambiamento sembrò qualcosa che poteva e doveva essere sacrificato, si rivelava ormai la più crudele delle espropriazioni. Un’espropriazione alla quale essi stessi, nella generosità dei loro sogni, avevano partecipato.

La verità era che l’Umanesimo aveva finalmente dato i suoi più estremi frutti, dopo che le sue controverse linfe avevano nutrito per secoli  l’albero dell’umanità facendolo passare attraverso la Filosofia della natura seicentesca, la Rivoluzione laica razionalista e liberale dell’Illuminismo, seguita poi dalla rivoluzione religioso-libertaria del Romanticismo,  l’avvento bellicoso e distruttivo del Socialismo, il febbrile fermento ideale che consumò il mondo tra la fine del secolo XIX e l’inizio del XX, le guerre mondiali ed i Totalitarismi di destra e di sinistra, ed infine il Dopoguerra della definitiva sobrietà post-progressista.

In quegli ultimi decenni dopo l’ultimo grande conflitto, l’albero dell’umanità, nutrito fino a quel momento dal febbrile fervore umanista sembrò disseccarsi. E si entrò così nell’epoca post-moderna.

Allora si vide che le linfe dell’Umanesimo non erano state che veleni

La metafisica era stata intanto scacciata per sempre dal mondo. E se essa proprio in quegli anni era ritornata ad essere di nuovo una profonda e confusa nostalgia, ormai il mondo, ormai irrimediabilmente sconsacrato, era intanto stato per sempre consacrato all’individualismo ed all’edonismo.

In questo scenario si poteva iniziare a considerare finalmente le linfe dell’Umanesimo come dei veri e propri veleni. E pertanto il filantropismo universalista dell’Umanesimo (così come il fervore progressista e libertario) poteva iniziare ad essere considerato come una vuota illusione. E questo non poteva che iniziare ad influenzare profondamente e significativamente chi aveva vissuto la medicina come una vocazione che scaturiva dal sangue stesso della propria stirpe.

Da qui una nuova idea di salute (Vincenzo Nuzzo,   Del potere, della libertà, del diritto e della guarigione - Considerazioni a margine di Filosofia della Rivelazione. In: a cura di Felice Casucci, Diritto di parola, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 2010) , la quale richiede da parte di chi ne è protagonista, ovvero il medico ed il paziente, il coinvolgimento in una responsabilità di mortale serietà. E soprattutto la consapevolezza che, come testimoniò Platone (Repubblica), il vero sfondo della salute non è in fondo altro che la salvezza. E la salvezza non si raggiunge senza una partecipazione al mondo in cui il dovere ed il valore del compito da svolgere sopravanzano ampiamente lo spazio del diritto.

Queste convinzioni, nonostante le differenze, accomunano profondamente l’atteggiamento verso la medicina di Claudio e di Vincenzo. E quindi possono essere considerate il modo in cui entrambi contribuiscono, in modi diversi ma convergenti, a tramandare lo spirito di una famiglia alla quale si sentono fieri di appartenere.

 

È insomma da questo luogo e momento della storia, personale e collettiva, che qui si parla.

E dunque è  tutto questo ciò che può dire una coscienza che parla oggi, entro lo spirito di una famiglia che ancora vive, in due dei suoi discendenti: il farmacista Claudio,  il cui sito (quello della sua Farmacia, la Farmacia Sant’Anna di Bacoli) ospita questo breve storia, ed il medico non più medico Vincenzo, che si è sobbarcato al compito di scriverla.

 

Per gli antepassati, per i contemporanei e per i posteri,

 

Vincenzo Nuzzo